I due titani - capitolo tredicesimo: Il banchetto degli dei



Capitolo tredicesimo
IL BANCHETTO DEGLI DEI


“Ahó, anche Dioniso c’è, ava’, ecco che viene!”
Ares, al centro del lato lungo della tavola apparecchiata nel giardino d’Olimpo, indicò al fraterno Ermes, seduto accanto a lui, la figura dinoccolata dallo sguardo malizioso del giovane che, tirso addobbato con bende di lana nella destra e kantharos nella sinistra, era appena comparso al banchetto pensato un tempo da Atena per rinfrancare i rapporti tra gli inquilini del Sacro Monte.
Ermes, ghignante, fece un cenno del capo al giovane ammantato di una sontuosa pardalide.
“Hai cambiato gusti, mio buon acratoforo? Non mi dire che sei passato al nettare…” Ares, sghignazzando per l’arguzia del compare, gli diede una soave gomitata all’omero sinistro che quasi scaraventò il postino alato oltre le nubi che circondavano il simposio.
“No, stai pur tranquillo, mio sagace argifonte…” sorrise di rimando il semelico pargolo, “e ti dirò che neanche l’ambrosia rientra tra i primi ingredienti del mio ricettario abituale… Ma, d’altra parte, quando si mangia e si beve, io ci son sempre, su questo puoi contarci!”
Si abbracciarono, i fratellastri, e insieme si sedettero.
Dalla parte opposta del tavolo, Apollo, già giunto da tempo, rallegrava i convitati alternando le dolci armoniche della lira alle melodiche note del flauto, quegli stessi strumenti ricevuti un tempo dal dotato Ermes al modico prezzo di una mandria già rubata e di un bastone da pastore.
Atena, felice per aver completato a tempo di record, complice l’ardimento ispiratore dell’eroico Leonida, l’intera costellazione di Ercole, inserendola tra due delle stelle più luminose del firmamento e ricamandogli per giunta attorno in modo sibillino alcune delle sue più celebri fatiche, sedeva a lato del capotavola, i gomiti poggiati sul tavolo e le mani a coppa a sostenersi il mento. Pareva godersi in tutta tranquillità il viavai di divini parenti in procinto di occupare il posto loro assegnato sui troni dorati alla lunga mensa la cui tovaglia ella stessa aveva tessuto con fili di luna e broccati solari. Sulla tavola, vassoi ricolmi di ambrosia e coppe piene fino all’orlo di nettare attendevano di essere gustati dai celestiali palati.
Artemide, sempre allegra e gioviale, arrivò rapida e si sedette al fianco di Atena. Questa le sorrise ammiccando.
“Allora, bella euskopos iocheaira, com’è andata l’istruzione venatoria del buon Dioniso?”
Artemide scosse il capo in un moto di dolce sconsolatezza.
“Nulla da fare. Non c’è speranza.”
Le loro coppe vennero prontamente rimboccate dalla giovane Ebe, la quale, velocissima, sembrava svolazzare da un commensale all’altro per assicurarsi che i livelli di  nettare e ambrosia si trovassero sempre all’altezza degli aulici banchettanti.
Zeus, palesemente infastidito da qell’insolito andirivieni, poggiato di sbieco, a capotavola, sul bracciolo di destra a forma di toro del suo gran trono di quercia sormontato da un’aquila scolpita con due folgori tra gli artigli, guardava tediato, in basso oltre il giardino, i solenni movimenti di quegli omuncoli noiosi e tracotanti pieni di boria e vanagloria, sforzandosi di reprimere il suo istinto naturale di fulminarli all’istante.

Nel caldo agosto chiaro e soffocante
Le armate giungono alle porte calde;
Tra tre strettoie che vi son innanzi
Scelgono quella che più facilmente,
Dato il suo fianco ripido a scalarsi,
Possa difendersi nell’imminente
Scontro col gran contingente persiano
Ch’è già schierato non molto lontano.
Leonida chiama il suo fiero lochagos:
“Clas, che ne dici, se qui ci fermiamo?”
“Dico, mio re, che questa posizione
Offre senz’altro a noi spazio d’azione,
Mentre chi assalta pel ritto crinale
Rischia di farsi moltissimo male.”
Sorride Clas ammiccando contento,
Inspira a fondo quel filo di vento
Che la calura non può mitigare,
Ma rende l’aria un po’ meno tombale.
Leonida batte il suo Clas sulla spalla,
Sorride anch’egli e, con brevi comandi,
Dispone gli uomini per la battaglia,
I suoi trecento mettendo davanti.
I focidesi conoscendo il posto
E del Callidromo i tanti sentieri,
Son a lor guardia mandati piuttosto,
Per presidiarli contro gli stranieri.
Gli iloti son sparsi un po’ tutt’intorno,
Qual complemento poi in base al bisogno.

Tutti gli sguardi dei commensali si volsero all’unisono alla porta del giardino, dove aveva appena fatto il suo ingresso, pesantemente claudicante e sostenendosi a un nodoso bastone, colui che solo da poco aveva ottenuto l’asserzione della sua natura olimpica. Fermatosi un istante sulla soglia per regalare un’occhiata malevola alla madre che, da piccolo, appena partorito, lo aveva scaraventato giù dall’Olimpo in caduta oceanica provocandogli la sciancata andatura e lo sgangherato aspetto, il creatore della prima donna mortale tirò quindi dritto verso il suo posto riservato al fianco di Apollo, il quale lo accolse con un accordo di note leggiadre strappando un candido, pur se deforme, sorriso al miglior fabbro, costruttore del trono d’oro incantato in cui aveva un tempo imprigionato la degenere genitrice, liberata poi solo in seguito all’alcolico intervento dionisiaco e in cambio del riconoscimento dei pieni diritti divini.
“Benvenuto, Efesto, fratello mio.”
Il sorriso di Apollo era sincero e la sua contentezza evidente. Invitò il fratellastro a sedersi con dolci pacche sulle spalle.
Ermes e Ares, intanto, non avevano distolto gli avidi sguardi dall’entrata d’Olimpo, in impaziente aspettativa dell’arrivo di colei che, solo in simili occasioni, seguiva fedelmente dappresso l’artigiano coniuge.
Nel frattempo Demetra, con il capo cinto da una corona di germogli di grano, seduta accanto al barbuto Ade vestito di un leggero chitone, lo stava rimproverando aspramente, come succedeva ogni volta che lo vedesse, per via della figlia. Il ‘grande adunator di popoli’, con una smarrita espressione sul volto, come se non riuscisse a tenere il passo delle invettive che, a ripetizione, la sorella gli stava vomitando addosso, sollevò i palmi delle mani davanti a sé, come a difendersi.
“Ma ti ripeto, e ti posso giurare, che quei semi di melagrana Persefone li ha ingeriti volontariamente!”
“Sì, certo! Come no? Vuoi ancora tirar fuori la storiella della bella ragazza adolescente che si è invaghita del maturo beccamorto?”
“Beh, che tu lo creda o no, è così! Io… io le dissi… testuali parole: ‘Senti, Persefone, so che desideri passare del tempo con tua madre, e ti dico che tu sei libera di andartene anche per sempre, ma mangiando di questi semi, se vuoi, puoi liberamente decidere quanto tempo tornare a stare qui da me.’ Lei mi guardò, mise il dito sul labbro con quel fare giovanile e scherzoso che sempre la contraddistingue, poi disse: ‘La metà, amore mio.’ E ne mangiò sei. È così ch’è andata, ti giuro e rigiuro! Puoi chiederglielo, se non ti fidi di quello che dico!”
“Fidarmi di quello che dici? Ah! Questa sì ch’è bella! Ah no, caro mio… Non sperare di cavartela così! Tu, bruto! Tu, orrendo mostro infernale! Tu…”
Zeus si piegò a sinistra, verso il trono dorato, or non più stregato, ove sedeva la sua legittima consorte.
“Adesso capisci, Era mia, perché Ade se ne sta tutto il tempo giù rinchiuso? Scommetto che ora sta pure rimpiangendo di non essersi portato dietro la cappa…”
Era, il polos cinto superbamente sul capo, degnò il marito solo d’una fugace occhiata, mente si passava stancamente una rossa melagrana da una mano all’altra. Gli borbottò solamente: “Non so che dirti… Mi pare che sia anche figlia tua, quella là… Se, com’è evidente, non interessa a te, come puoi pensare che possa interessare a me?”
Fu Zeus, a questo punto, a rimpiangere il mantello di Ade…
Era, ad ogni modo, decise di lasciar cadere il discorso. Pareva più incuriosita dalle mortali vicissitudini terrene sottostanti.

Dall’alto del passo delle Termopili
Stanno mirando giù in basso quei nobili
Figli di Sparta, ove là nel pianale
Immense stan l’achemenidi armate.
L’enomotarco indicando gli arcieri
Dice: “Beh, quando essi le scoccheranno,
Quelle lor frecce il ciel oscureranno.”
“Meglio,” risponde con gli occhi suoi fieri
Puntati al sole, che ‘l buio sì sgombra,
Leonida eretto con le mani ai fianchi,
“Così potremo combattere all’ombra.”
Ordina quindi di serrare i ranghi
In modo che pochi opliti alla volta,
Disposti in file in falange raccolta,
Possano ben custodire quel varco
Dandosi il cambio alla fin d’ogni assalto.
“E delle mura innalzate a suo tempo,
Cent’anni or sono, mi par, se non erro,”
Riprende il capo dell’enomotìa,
“Contro le allora tessaliche azioni,
In quella guerra dell’anfizionìa
Che diè ai focesi gran tribolazioni?
Mi paion certo un bel po’ trascurate;
Devo dar ordin che sian sistemate?”
“Non perder tempo, che a fine giornata,
Poi che battaglia sarà cominciata,”
Gli fa Leonida, passandosi il palmo
Sulla fronte, “saranno belle in alto
Ben rifornite di pietre di carne
Di quei ch’avremo passato per l’arme.”

“Ancora dell’ambrosia?” Ebe, coi piccoli seni scoperti, una bianca veste di lino che la ricopriva in trasparenza dalla cintola alle ginocchia e un piacevole e immacolato sorriso sulle labbra acerbe, offriva il vassoio ricolmo del beato cibo alla regale madre, che ne prese un lauto boccone, masticandolo con visibile godimento.
In quel momento, l’attesa irremovibile del piè alato e del fascio di muscoli venne premiata dall’apparizione, sull’ingresso del giardino, di una luce più luminosa del giorno e di una brezza più dolce del vento marino che spira al mattino rinfrancando i cuori e le menti dei naviganti lontani e dispersi nelle loro nostalgie amorose.
Nella sua nuova veste turchina che ne esaltava le deliziose rotondità, la ramata capigliatura raccolta sulla sommità del capo in un’elaborata crocchia dalla quale due arricciati tirabaci discendevano dietro le orecchie soavi, la pelle lievemente olivata e gli occhi di brillante giada, Afrodite fece il suo ingresso al banchetto degli dei. Con passi sinuosi e armoniosi, ancheggiando in quel modo allettante e al contempo pudico del cui mistero pareva essere l’unica depositaria, andò a sedersi accanto all’altra metà del suo matrimonio combinato, sorridendo leggiadra a lui e ad Apollo.
Ermes, incapace di contenere il suo spasmo, si piegò sul tavolo verso la bellissima colpode.
“Sembra che il tuo bel campione non faccia più in tempo ad arrivare, eh?” Il ghigno di quel re dei pilastri era una stomachevole smorfia di lascivia di bassa lega.
Sputando sul tavolo il nettare che aveva appena iniziato a ingurgitare: “Bel campione? Che bel campione?”, si erse sul trono Efesto, ruggendo col suo vocione tonante.
Nello sguardo di ghiaccio che Afrodite destinò all’improvvido portalettere v’era scritto, a chiare lettere cubitali: ‘Imbecille!’
Intervenne il buon Apollo, a salvar la situazione.
“Niente… uno stupido giochetto, a cui abbiamo partecipato anche io e Ares, su chi la spunterà tra quei due lottatori giù dabbasso… Hai presente? Maris d’Atene… Clas di Sparta…”
“Ah! Quelli! Bei tipi, quei due…” Efesto si rimise seduto, Ebe tornò pronta a rimboccargli la coppa, il gran focoso si riaccostò il calice alle labbra e del celestiale contenuto assaporò un lungo sorso. Poi, sogghignando con compiacimento, si passò il pollice e l’indice della mano sinistra sotto il mento, come a cercare di ricordare qualcosa.
“Mi sovviene di aver costruito io la corazza e la spada… Ma proprio non riesco a rammentare chi dei due abbia l’una e chi l’altra…”

La sentinella di quei mercenari
Bravi, qual sempre son stati gli arcadi,
Giunge dal passo con aria esaltata:
“Nobile Leonida penso che stia
Lassù a osservarci di Serse una spia.”
“Bene,” fa il re con maniera pacata,
“Diamoci a ginnici sani esercizi,
Le nostre chiome è ora di pettinarci,
Pure un pancrazio qui al sole può starci;
Offriamo al pargolo dei buoni indizi
Su chi si appresta a affrontare in battaglia,
Sì che con tutta la sua gran canaglia
Possano bene iniziare a tremare
E qualche dubbio noi in lor insinuare.”

“Ahó! Se pettinano, quelli! Ma 'ndo pensano d’esse, a un pranzo conviviale?”
Ares, guardando giù di sghembo dietro le sue spalle, esibiva sul volto il perfetto ritratto della delusione.
Atena allungò la mano su un pezzo di ambrosia, lo portò alla bocca, lo assaporò delicatamente, e gentilmente si diresse al forzuto fratellastro.
“Te l’ho già spiegata, vero, gran cervellone, la differenza tra me e te per quanto riguarda le questioni belliche, mi pare, no?”

Torna da Serse sul gran trono assiso
La spia che tutto racconta in riserbo,
E con lo sguardo stupito sul viso,
Mentre un ventaglio è agitato da un servo,
Chiede il gran re da un vicino indovino
Cosa mai questo gli significasse.
Quegli risponde: “È il lor modo, oh divino,
Di prepararsi alla morte con classe.”
E, dopo un attimo d’esitazione,
Preso coraggio il maturo stregone:
“Se posso esprimermi liberamente,
Oh re dei re,” dice poi debolmente,
“Valuterei bene tale minaccia,
Affinché mai questa prima battaglia
Possa dar modo alla vile canaglia
Di farci perdere il tempo e la faccia…”
Solleva duro la destra il gran re,
China immediato il suo capo il veggente;
Il palmo stende sul piano poi Serse
Ad indicare la pianura, che
È sì di genti e di armati coperta
Da non potersi più vedere l’erba.
Muove la destra poi il re lentamente
Dall’occidente fin tutto l’oriente,
Medi, caspiani, cissiani ed ircani,
Parti, corasmi, su fino ai battriani,
Arcieri, carri, cavalieri e fanti,
E le corazze dei grandi elefanti.
Ora l’astrologo, più saggiamente,
Chino indietreggia rispettosamente,
Tenendo il dubbio soltanto per lui,
Con il presagio dei tempi più bui.

Un improvviso tremito del giardino d’Olimpo annunciò l’ingresso di Poseidone che, avvolto in una clamide blu oltremare e col tridente in spalla, si affrettò a prender posto poco distante da Ade, il quale si trovava ancora imbrigliato nel battibecco con Demetra.
Estia, dal fondo della sala, sollevò il volto dal braciere circolare che aveva approntato fin dalla prima mattina. Si aggiustò sul capo il velo di panno e si lisciò la grigia e sobria veste, guardando di traverso l’ultimo arrivato.
“Sempre in ritardo…! Un po’ di rispetto per chi manda avanti la baracca, no, eh?”
“E comunque…” riprese imperterrito Ermes, dando una gomitata di intesa al compare muscoloso, “se il tuo Maris non si presenta, ciò, in base a tutte le leggi sportive in vigore, equivale ad abbandono. Quindi, cara mia, preparati a…”
“Preparati tu…” Afrodite, un sorriso compiaciuto sul delizioso volto, osservava con gli splendidi occhi marini qualcosa, giù, lontano.

Lungo quel fiume chiamato Spercheo,
Che nel Maliaco declina la sponda,
A cui il buon padre d’Achille l’acheo
Voto avea fatto di questo la bionda
Chioma, se d’Ilio avria volto al ritorno
Suo figlio, che poi, con Patroclo morto,
Per lui tagliò come segno di lutto,
Sapendo di non tornar più a quel flutto,
Dato che su Ettore la sua vendetta
Cruda fu causa dell’ira dei numi,
Qual gli era stata da tempo predetta,
E pochi ancora gli restavan lumi;
Lungo quel fiume, che nasce in Timfristos,
Venìa una nube di polvere fina
Ove un profilo, a fatica intravisto,
Si rivelava qual fosse una biga.

Ermes gettò la coppa ancora mezza piena di nettare sul suolo nuvoloso, guadagnandosi un’occhiataccia da parte di Estia e provocando la disperata corsa riparatrice della premurosa Ebe, appoggiò i gomiti sulla mensa e, emettendo un sonoro sospiro sconsolato, si coprì il volto con entrambe le mani.
Efesto rilasciò un rutto atroce.
“Beh? Che c’è?” Disse, ancora ruttando.


Cesare Bartoccioni, 4 agosto 2017

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